Aldo Moro domatore delle parole: mia analisi del linguaggio nell’album dei ricordi dell’Archivio Riccardi

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Contributo al libro di Maurizio Riccardi e Giovanni Currado “Aldo Moro. Memoria Politica Democrazia” con le foto di Carlo Riccardi, Maurizio Riccardi e Maurizio Piccirilli. Testi fra gli altri di Stefano Folli, Marco Damilano, Andrea Purgatori, Luca Telese, Tommaso Labate, Annamaria Furlan e Pierluigi Battista. Mostra fotografica parallelamente al volume

Le immagini e le parole. In un grande album fotografico dei ricordi dell’intensa vita di Aldo Moro, pubblicato dall’Archivio Riccardi in coincidenza con i 40 anni dall’assassinio dello statista democristiano da parte delle Brigate Rosse avvenuto il 9 maggio 1978, lo scrittore e giornalista Roberto Ippolito analizza il suo linguaggio, “un aspetto essenziale della sua stessa biografia”. Maurizio Riccardi e Giovanni Currado sono gli autori del libro intitolato “Aldo Moro. Memoria Politica Democrazia” con le foto di Carlo Riccardi, Maurizio Riccardi e Maurizio Piccirilli. Nelle 250 pagine ci sono anche i contributi fra gli altri di Stefano Folli, Luca Telese, Tommaso Labate, Annamaria Furlan, Marco Damilano, Andrea Purgatori e Pierluigi Battista. Una mostra fotografica ha visto la luce parallelamente al volume allo Stadio di Domiziano a Roma e nell’ex Convento dei Teatini a Lecce. Qui sotto il testo di Roberto Ippolito secondo cui “Moro può essere considerato un domatore delle parole oltre che delle vicende politiche”.

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Una mia riflessione su Aldo Moro deve riguardare per forza il suo linguaggio. Si tratta di un aspetto essenziale della sua stessa biografia, più rilevante rispetto ad altri statisti. Il suo linguaggio è davvero rivelatore della forza e anche della particolarità del suo pensiero. Le frasi molto complesse cedono a volte il passo a quelle più brevi, in base alle diverse esigenze. La scelta delle parole, soprattutto degli aggettivi, è molto studiata per far risaltare le idee. Esempi interessanti possono essere ricavati dai discorsi pronunciati negli anni sessanta prima della nascita del centrosinistra, di cui lui è stato l’artefice e il protagonista numero uno, e dopo lo stop seguito alle elezioni del 1968.

Nella maratona delle sette ore della relazione pronunciata in qualità di segretario al congresso della Democrazia Cristiana, a Napoli il 27 gennaio 1962, Moro dice ai larghi strati ostili nel suo stesso partito all’alleanza con il Partito Socialista, che “bisogna provare”. Usa questo verbo, “provare”, facendo proprie le perplessità ed evitando i toni perentori. È un importante espediente: per un politico è normale indicare cosa fare con nettezza. Lui invece fa presente che non è possibile assumersi “la responsabilità di non provare affatto”. Il ragionamento successivo è più articolato, teso a far comprendere la necessità di tener conto delle “mutevoli contingenze della storia”. E il centrosinistra poi vede la luce, con lui presidente del consiglio.

Quando l’alleanza si blocca e Moro non è più alla guida del governo, l’attualità non è rappresentata solo dalle sorti di una formula politica anche se storica: è il 1968, l’anno dei movimenti di contestazione che scuotono il mondo. Il 21 novembre Moro parla al consiglio nazionale della Dc. Definisce la coalizione di centrosinistra “non completamente esplorata” e l’ansia di rinnovamento “meno dominabile”. Più avanti, sviluppando il concetto e quasi ripetendosi, afferma il suo “sì al nuovo”, puntualizzando: “ma il nuovo capito, dominato, voluto da noi stessi per quello che siamo stati e che siamo”.

Riecheggiando il suo stesso modo di esprimersi, Moro può essere considerato un domatore delle parole oltre che delle vicende politiche. La ricercatezza del linguaggio, così tanto coltivata, è al servizio della ricercatezza dell’azione.

Foto Agr