Pupi Avati mi confessa: “In galera saprei già cosa leggere”

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La conversazione sul numero di novembre del mensile “Leggere:tutti” diretto da Carlo Ottaviano. Qui sotto il testo (foto di questa pagina di Flaminia Nobili a "Nel baule" diretto da me, al Maxxi il 25 settembre 2014)

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INTERVISTA

Pupi Avati: in galera

saprei già cosa leggere

Compiendo 80 anni il regista ripercorre il cammino dal nulla giovanile a due biblioteche personali. Biografie cominciate dalla morte, disinteresse per la Ferrante che non parla di sé, incetta di libri per un film. Con un cruccio…

ROBERTO IPPOLITO

Non è stato affatto un amore a prima vista. “Ma adesso, quando arriva il pomeriggio, come fosse una donna penso al libro che mi attende la sera”: Pupi Avati, 80 anni il 3 novembre, ripercorre il cammino da non lettore giovanile a divoratore di pagine e raccoglitore sempre a caccia di pezzi da aggiungere e magari di perle. Diventando, oltre che regista di grande successo, a sua volta anche narratore.

Quali sono i primi ricordi legati ai libri?

Leggere per me è stata un’urgenza avvertita un po’ in là con gli anni. Non mi incuriosiva e non mi stimolava particolare attenzione quando andavo a scuola e all’università, fino al matrimonio a 26 anni. Ero molto concentrato sulla musica, sul jazz della tradizione che si suonava negli atenei, sul mio clarinetto.

C’è stata una molla per il cambiamento?

Era il periodo in cui lavoravo alla Findus vendendo pesce surgelato. Andavo nel negozio di dischi Borsari e Sarti a Bologna per ascoltare in una saletta gli ultimi 78 giri e i primi microsolchi a 33 giri. Anche un professore di liceo di filosofia, un signore austero, era lì per comprare i dischi. Mi resi conto che lui e io condividevamo le stesse scelte. Per poterlo frequentare decisi di prendere da lui lezioni private di filosofia, unica materia in cui non ero stato bocciato alla maturità. La molla è stata quell’insegnante.

Come mai? Perché quelle lezioni diventarono importanti?

Questo professore, affascinante anche fisicamente, oltre alla filosofia, aveva interesse per il mondo classico e a casa aveva tutto per piacerti: dall’Enciclopedia Britannica ai pastelli Caran d’Ache. Ho cercato di copiarlo, sedotto dal suo mondo fatto di letture. La scuola era stata invece dissuasiva nei confronti dei classici.

E così…

Così ho cominciato a leggere. E a girare per i negozi di libri usati. Compravo i volumetti delle Bur, ricca di classici. Oggi ne ho tantissimi. Mi aprii alla letteratura con un approccio da dilettante allo sbaraglio.

Il dilettante si trasformò poi in lettore avido.

Predispongo dei piani di lettura, mi impongo dei programmi. Ho letto un’infinità di libri, ma ne ho decine e decine in sospeso, tutti segnati. A 80 anni non succederà più ma ho pensato: prima o poi mi metteranno in galera e recupererò le letture colpevolmente mancate. Saprei già cosa leggere!

Fra le innumerevoli letture invece concluse prevale un genere?

Il mio approccio parte sempre dalle biografie, soprattutto quelle degli esseri umani che sono riusciti a realizzarsi. Spero di imbattermi nella paginetta con la descrizione dell’esatto momento dell’affermazione personale, ma in genere non c’è. Ma soprattutto comincio sempre la lettura dalla morte.

Molte biografie partono dalla fine.

Non tutte appunto. Cerco i capitoli con i dettagli di dove e come la persona ha lasciato il mondo. Se non conosco la chiusura, non riesco a riparametrare tutta la vita e a dare un valore assoluto. Riordino la vita con un mio montaggio, ricostruendola dal punto in cui non ci può essere più alcun cambiamento. Per leggere l’opera di uno scrittore devo sapere la sua biografia.

Nessuna attrazione perciò per Elena Ferrante, la scrittrice che si nasconde?

Elena Ferrante non mi ha interessato in alcun modo. C’è perfetta reciprocità: lei non vuole rendere noto chi è, io non voglio sapere chi è. Uno scrittore è importante perché dice agli altri di sé. Tutti dovrebbero fare così.

Quali sono i libri del cuore?

Il romanzo più bello della mia vita è “I Promessi Sposi”.

I classici ignorati a scuola pertanto si sono presi la rivincita?

Ho due copie della “Recherche” di Proust. Una è piena di orecchiette nelle pagine in cui la lettura è stata sospesa almeno una decina di volte: è faticosa, del resto come quella di tutti i classici. Poi quattro o cinque anni fa ho deciso di leggerla. Facendolo si scopre perché Proust è Proust. Non ero stato capace di intuire la bellezza che ti è riservata. Arrivato alla fine ero commosso.

E lo scrittore più amato?

William Faulkner, mentre la scrittrice che preferisco è Anna Maria Ortese: “Il mare non bagna Napoli” è un capolavoro assoluto.

Fra i contemporanei?

Sono particolarmente colpito da uno scrittore straordinario come Daniele Del Giudice. Uno dei libri più belli che ho mai letto è il suo “Lo stadio di Wimbledon”.

Poeta?

Il poeta massimo è Dante, per la sua vicenda umana che vorrei poter raccontare con un film per i 700 anni della morte nel 2021. Non ci sono ancora riuscito, nonostante un accordo con la Rai che risale al 2001.

Facile intuire una preparazione già molto forte.

Ho una grande passione dantistica. Ho alcuni scaffali pieni di libri su di lui, alcuni introvabili del settecento e dell’ottocento. La prima ricognizione sulla sua vita fu compiuta da Boccaccio con il “Trattatello in laude di Dante”. Si sa che Dante ha scritto la “Divina Commedia” ed era innamorato di una ragazzetta, Beatrice, che trova in Paradiso. Ma è misteriosissimo.

Naturalmente leggere è la base naturale per girare un film?

Ho un intero settore dedicato all’alto medioevo a cui mi sono dedicato con il film “Magnificat”. Per prepararlo ho letto tutto quello che si poteva leggere, compresi libri rari o fuori catalogo oppure fotocopiati alla Biblioteca Nazionale.

Insomma incetta di libri prima del set.

Possiedo una grande parte delle cose scritte su Mozart trovate quando ho girato “Noi tre” sul suo esame da ragazzo a Bologna. Però finito il film non ho più aperto nessuna pagina; il rapporto con la mia ricerca storico-letteraria ha anche questa caratteristica.

Dunque una casa-biblioteca?

Ho due biblioteche, una a casa e una in campagna, da cui non voglio separarmi. Forse ho un pensiero infantile se dico che ho un cruccio…

Posso chiedere di confessarlo?

Il mio cruccio è per quando non ci sarò più. Quando sarà accaduto, le mie biblioteche saranno smembrate. Il modo in cui si sono formate non sarà più comprensibile per nessuno. Io ricordo come sono riuscito a scovare i miei libri. Come potrei dimenticare di aver trovato in Canada il “Codice diplomatico dantesco”?