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La passione di (e per) Frida Kahlo alla Tate Modern
Dice già tanto, se non addirittura tutto, il primo autoritratto realizzato, che si ammira e colpisce alla mostra “Frida: The Making Of An Icon” a Londra. Lei lo dipinge diciannovenne nel 1926, quindi esattamente cento anni fa, con la scelta assolutamente inusuale dell’abbigliamento: il “vestito di velluto” indicato nel titolo è in realtà un accappatoio, pertanto un capo appartenente alla sfera privata. Oltretutto con una scollatura profonda e un elegante colletto. Frida Kahlo sta seducendo il ragazzo di allora, Alejandro Gómez Arias, al quale regala l’opera? Normale, se è così.
Ma con questo autoritratto comincia la costruzione di sé stessa, subito dopo il drammatico incidente subito a bordo di un autobus con le terribili conseguenze per l’intera vita. Lei si presenta come è, come vuole essere, come sarà: libera, fuori dagli schemi femminili del tempo eppure con le radici nella cultura storica del proprio Messico.
La mostra della Tate, visitata con Irene Ippolito, fa risaltare il percorso di un’importante protagonista del Novecento nell’arte, con il modo di pensare, con i comportamenti, con quello che indossa.
Ecco dunque la “creazione dell’icona” proposta all’attenzione dall’istituzione inglese. Giorno per giorno, in una continua ricerca, Frida Kahlo definisce la propria identità. E anno dopo anno lei diventa un’icona commerciale internazionale: la sua arte, la sua figura e il suo stile vengono replicati in infiniti oggetti, come bamboline, borse, scarpe o spazzole. Un abbondante campionario è visibile alla Tate. È la Fridamania scaturita da una forte personalità.















